Fermati o sparo!

 

Sciamano fuori armati fino ai denti. Pistole, “bazzuga”, lanciafiamme col cannocchiale, mitragliatrici. Urlano, ridono, si rincorrono, improbabili soldati di una guerra tutt’altro che silenziosa. Le armi sono di carta, fogli di quaderno strappati e incollati in fretta, ansiosamente: la ricreazione dura poco. Indossano orgogliosi una stella di carta colorata di giallo, al centro c’è scritto FBI ed io non so se realmente, oggi, gli agenti la portino ancora o se sia una mescolanza di passato e presente, la stella dello sceriffo e la sigla di una delle polizie più potenti degli Stati Uniti!

“ A maè, Ale non vole morì!”

“ Ale, perché non muori?”

“ Maè, ma me sparano sempre, so’ già morto quattro volte, so’ stufo de morì sempre io!”

E gridano, corrono, inciampano, si chiamano.

“ Taim aut, taim aut, “rugnoneeeeeeeeeeeeee”, “rugnoneeeeeeeeeeeeeee!”

“ A maè, se dovemo riunì per decide, ma loro vengono sempre ‘ando’ stamo noi!”

“ No, siete voi che ce volete spià!”

Gegia mi bisbiglia all’orecchio:” Maestra Sasà è un’infiltrta, ma Momo non la vuole nel gruppo, non possiamo spiarli!”

Ad un certo punto escono i bambini di prima. I maschietti guardano i miei, vedono quello che stanno facendo ed è il delirio! I grandi gli consegnano delle armi e loro iniziano un’altra tiritera:

“ Un lanciafiamme! Mettece er canocchiale, se no come la prendo la mira?”

“Arcuni nemici sono stati abbattuti! Arcuni nemici sono stati abbattuti!”

Io chiedo ad un piccoletto alto mezzo metro se mi devo arrendere, alzo le mani e lui, cinico, mi fa:” No, no, che non lo vedi che t’ho già ammazzato?”

Hanno cominciato a costruire le armi di carta qualche giorno fa. Li vedevo infervorati e bisbiglianti mentre consumavano chili di carta, di colla e di scotch senza colpo ferire. Periodicamente sentono l’esigenza di creare qualcosa. Decine di classi hanno usato quintali di carta per fare palloni che usano poco. Nel nostro giardino non ci si può muovere, è tutto cementato ed è un fazzoletto. A malincuore ho dovuto vietargli di giocare a pallone, ma loro non si rassegnano ed ecco le armi di carta a righe e a quadretti che si scollano e si rompono in un amen. Avevo provato a fargli portare le loro armi giocattolo, purtroppo ne hanno tante, ma non li potevo vedere mentre le usavano, ci stavo male, erano troppo simili a quelle vere. Allora siamo arrivati ad un compromesso( le trattative tra una classe e una maestra farebbero invidia al tavolo dei Palestinesi e degli Israeliani a Washington), loro giocano, ma con armi di carta. Incredibilmente, non si azzuffano, non litigano, si dividono equamente fra guardie e ladri. I ladri si sono muniti di cappelli neri, berretti neri, cappucci e perfino maschere da ladro colorate di nero col pennarello. Qualche bambina partecipa orgogliosa alle mille battaglie che infuriano: il mondo della guerra ha aperto le porte anche a loro. Perfino il dolce, gentile, esile Ale B. partecipa entusiasta: incredibile.

Odio le armi, la guerra e la violenza, ma non ho potuto dire di no a questo gioco. Una volta erano cow boy e indiani, ora FBI e criminali. Non so cosa sia peggio e spero vivamente che nessun genitore protesti, ma loro si divertono troppo e scaricano tutta l’energia accumulata seduti in banchi ormai troppo stretti, in classi anguste, soffocanti e male illuminate.

Chicca li guarda divertita e mi fa:” A maè, guardali. A me me fanno ride, sembrano bambini piccoli!” E si allontana, ridacchiante, con l’amica del cuore.

posted by lunafragola @ 09:33 - domenica, 15 novembre 2009
commenti (43) in io e loro
Frammenti di vita

Giulio e Irma si sposarono una chiara e frizzante mattina dell’ottobre del ’56. Si erano incontrati tre anni prima a Pomezia. Nessuno dei due era di quelle parti, ma il loro destino si compì in quel piccolo paese bastardo e ibrido nato da qualche anno. Giulio ci era arrivato con la famiglia dalla Romania, ma era italianissimo, la sua famiglia proveniva dal Veneto. Irma era Romagnola e stava a Pomezia in visita dallo zio che era approdato molto prima di lei in quel terreno paludoso e malsano che il Duce aveva fortemente voluto bonificare. Strano destino quello di Irma e Giulio: fu l’acqua a farli incontrare. Una piena e un alluvione scagliarono  le loro famiglie, come sassi, in un'altra terra e infine li depositarono nell’Agro Pontino. La leggenda narra che Giulio stesse riparando il tetto di tegole rosse della sua casa e Irma passasse lì sotto accompagnando suo cugino e una mucca attraverso la via principale. Giulio guardò giù e la vide, Irma guardò su e incontrò il suo sguardo. Il martello sfuggì dalle mani di quel ragazzo magro, spigoloso e nero di capelli, tanto fu l’effetto che quella ragazza timida, schiva e allegra gli fece. Forse la mucca muggì e il cugino imprecò sottovoce, ma il tonfo del martello fu l’unico rumore di quell’incontro senza parole. Quel mattino di autunno la sposa era radiosa nel suo abito di raso bianco avorio, con il piccolo velo senza strascico, ma tanti bottoncini minuscoli e perfetti sul corpetto e lo sposo era serio e compunto nel suo abito nero, però un sorriso vibrava nei suoi occhi scanzonati. Era fatto così Giulio, scherzoso e canzonatorio, allegro e sboccato, ma un gran lavoratore, onesto e buono. Il giorno della festa i padri avevano l’abito scuro quello buono, perfetto per matrimoni e funerali, che tanto sempre cerimonie importanti sono; col cappello di feltro al posto di quello di paglia usato al lavoro e le mani callose, grandi e forti dietro la schiena, che non si sa mai dove metterle le mani, alle feste. Le madri, rotondette e sciupate, indossavano i miti vestiti a fiori del dopoguerra. Vestiti adatti, mai vistosi o indecenti, ma lunghi quanto basta e quanto si addice alle madri di famiglia. La crocchia dei capelli una volta tanto ravviata e composta, le mani che stringevano borsette striminzite di similpelle nera, con dentro il fazzoletto e un santino della Beata Vergine, che non si sa mai, un aiuto dal cielo fa sempre comodo. I bambini indossavano con allegria e incoscienza calzini di lana sotto al ginocchio: i maschietti coi calzoncini di fustagno e la camicia bianca, le bambine nastri rosa o celesti tra i capelli lavati e brillanti, pieni di boccoli fatti per l’occasione. Su tutti aleggiava la gioia di un giorno strappato al lavoro e alla fatica, un giorno di cibo e vino buono, di canti e risate, di pacche sulle spalle, di amore e baci casti degli sposi. Irma sorrideva timidamente al suo Giulio mentre prometteva di amarlo e rispettarlo per tutta la vita, Giulio infilò la fede a Irma incespicando nel dito, come fan tutti gli sposi da che mondo è mondo. La foto color seppia sul sagrato della chiesa, catturò per sempre quella gioia ruvida e sobria, che non c’era molto da scherzare, a quei tempi, con la sorte. Catturò l’amore di Irma e Giulio, la fierezza dei padri e gli occhi lucidi delle madri.

La loro vita insieme era appena cominciata.

Mia madre e mio padre si sposarono il 28 ottobre del 1956. Oggi avrebbero compiuto 53 anni di matrimonio.

posted by lunafragola @ 08:35 - mercoledì, 28 ottobre 2009
commenti (91) in ritratti, me stessa
Cambio di stagione

Il cambio di stagione, per me, è simile al terremoto: so che avverrà, che porterà disastri, ma non posso prevedere quando ne come. Perlomeno il terremoto è una calamità che ha la bontà di non accadere troppo spesso. Ogni anno, invece, il cambio di stagione mi piomba addosso e mi trova sempre impreparata. Inizio col dire che io il gene dello shopping compulsivo non ce l’ho. Si è suicidato molti anni fa, vinto dalla mia cronica carenza economica e dalla mia incapacità a fare a meno di mangiare. Come tutte le donne, anche io ho la rara abilità di trovarmi sempre brutta allo specchio e di sentire, letteralmente, ogni grammo in più impossessarsi del mio corpo, ma ho imparato a evitare i segnali lampeggianti ogni volta che si presentano. Sono più larga che lunga, è un dato di fatto incontestabile. La conseguenza è che non so più nemmeno che taglia ho e vado a naso tra le bancarelle del mercato comprando qualcosa che copra, che non sia troppo sgargiante e che non abbia bisogno di vistose e costose riparazioni. L’importante è che sia caldo e morbido d’inverno e fresco e leggero d’estate. Punto.

Nel mio armadio ormai c’è di tutto: vestiti, maglioni, magliette e camicie che risalgono al 1920, capi di taglie normali in attesa di un mio eventuale dimagrimento, indumenti lasciati da mia sorella”perché quando vengo a casa magari li metto”. Alcuni vestiti hanno una valenza affettiva molto forte: l’ultimo vestito che mi comprò mio padre, azzurro, di lana, me lo regalò per il compleanno quando ho compiuto vent’anni; la maglietta che indossai al primo campo scuola sugli indiani d’America con le mie amiche – colleghe. E’ nera con un’aquila davanti e una frase di Battiato didietro:” Le nuvole non possono annientare il sole”. Era un periodo bellissimo, noi eravamo nel modulo, tre insegnanti su due classi e diventammo un trio affiatato che ancora oggi lavora, sogna e si diverte insieme. La felpa del Manifesto. Grigia, con l’immagine del bambino che dorme e la frase:” La rivoluzione non russa”, comprata ad una delle tante manifestazioni per la scuola parecchie vite fa; la t – shirt con il disegno di un bambino della nostra classe, un gruppo di folletti che danzano in cerchio, stampato sul davanti. Scegliemmo quel disegno per uno spettacolo sulle fate, molti anni orsono. La camicetta bordò che indossavo quando incontrai di nuovo quello che era stato il mio ragazzo a 22 anni. Di anni ne avevo più di 40, ma l’emozione era la stessa. La camicetta è ancora nell’armadio, lui, invece, ha scelto di andarsene. Altri vestiti giacciono dimenticati , buttati lì a far volume e basta. Stamattina, complice un freddo becco, ho preso alcuni sacchi neri di plastica, ho chiuso gli occhi ed ho buttato un quintale di roba. La porterò in parrocchia e nei contenitori appositi lungo la strada. Ho deciso che, semmai ritornassi bella e magra, mi comprerò qualcos’altro. Altrimenti le bancarelle sono sempre al mercato che aspettano.

Ma il mio vestito di lana azzurra, quello che mi comprò mio padre per i miei vent’anni, non l’ho buttato. Ciascuno ha bisogno della sua coperta di Linus per sopravvivere alla vita.

posted by lunafragola @ 21:27 - domenica, 18 ottobre 2009
commenti (95) in me stessa, casalinghitudine
Libertà va cercando, ch'è si cara..............................

 

Siamo arrivate a Roma che erano le due. Io e la mia amica, insieme ad altre tre “ragazze” tra i 50 e i 60. Si parlava di nani ed escort, di scudo fiscale e ponte sullo Stretto, ma anche di figli e nipoti, perché a quest’età è più facile essere nonni che solo genitori. Eravamo tutte rigorosamente casual, un po’ figlie dei fiori, melanconiche caricature dei gonnelloni e delle cosce sode di un tempo. All’Eur ancora si respirava, ma Termini era in delirio. Mischiata alla normale folla che invade il centro di Roma il sabato pomeriggio, c’era la gente della manifestazione. Tutti oltre gli anta, tutti che si affannavano ad entrare nel treno, tutti che si guardavano l’un l’altro come sopravvissuti di un’era che non c’è più. Eravamo in 300.000 oggi, ed è vero. Ad un certo punto è confluito anche il corteo dei precari della scuola e Piazza del Popolo, il Pincio e tutte le strade intorno scoppiavano di gente, palloni, striscioni e bandiere. IO SONO UN FARABUTTO, IO SONO UN COGLIONE……FANNULLONE…….Il più bello, per me, era uno striscione con la frase di gramsci: “ODIO GLI INDIFFERENTI.” E chi più ne ha più ne metta. C’era il sole e, a tratti, un venticello che la mattina era tramontana, ma a quell’ora e pigiati come acini di uva, sembrava il ponentino e portava un po’ di refrigerio. La calca era tanta e noi “schiumavamo”dal caldo mentre cercavamo di ascoltare gli interventi sul palco. Applausi, fischietti, bandiere sventolate, palloni che sfilavano nel cielo allontanandosi velocemente dalla folla. Gli ingredienti c’erano tutti, emozione, rabbia, insulti, battutacce sul governo, tutti. Ero io che non c’ero. L’unico momento emozionante l’ho vissuto quando ha parlato Saviano, quando ha detto che la verità e il potere non stanno mai dalla stessa parte. Per il resto, ho vissuto questa manifestazione con la voglia di andare via, di scappare da quel caldo e da quella folla inseguendo i palloncini.. Alle sei eravamo già a Piazza di Spagna, io e la mia amica. Ci siamo perse Dario Fo e mi dispiace. Per Samuele Bersani e Teresa De Sio, cercherò di farmene una ragione. Forse sto ancora pagando la delusione per tutta la rabbia e la forza che ho avuto l’anno scorso nel difendere la scuola. Manifestazioni, fiaccolate, sit in, conferenze, occupazioni…………….tutto nel nulla, tutto concluso. La manifestazione era bellissima e vera, ma io non l’ho partecipata e me ne dispiace.

Sono stanca di Santori e di Travagli, di Di Pietri e Belpietri, di Feltri e Vespe, di Bossi e leghisti, di Brunette contro i Ricchi e contro i Poveri; sono stanca di escort, scandali, pompini, veline, ministre corrotte e ministri dei miei stivali; sono stanca di vedere Lupi a Ballarò e Bonaiuti a Otto e mezzo, sbraitare volgarmente contro persone per bene come Rodotà; sono stanca di combattere contro i mulini a vento come un Donchisciotte anziano e con le vene varicose. Non posso smettere di credere nei miei ideali più di quanto potrei fare a meno di un braccio e una gamba, ma voglio armonia e bellezza, dolcezza e musica, azzurro e profumo di fiori intorno a me. Non più la solita puzzolente merda. L’altra sera ho spento Anno Zero ed ho acceso you tube cercando Le Cirque du Soleil: una volta tanto i funamboli erano veri e si muovevano al suono de violini e non delle parolacce. Ci siamo prese un caffè al caffè Greco, a via Condotti. Al bancone, se stai sulle punte e non guardi nemmeno i tavolini, lo paghi 80 centesimi. Era buonissimo, macinato lìpperlì, espresso. Ci siamo lustrate la vista con i vari Prada e Armani e compagnia cantando, senza acrimonia né risentimento, ma con la serena consapevolezza che siamo lontane anni luce dagli abituali clienti di quei luoghi

Dal treno che ci riportava a casa, si vedeva un cielo di lillà e viola, col rosso del sole che lasciava il giorno. Dall’altra parte, una luna bianca e luminosa, piena e tonda, si alzava nella notte. In silenzio, io e la mia amica, guardavamo stanche il tramonto. Non c’era altro da dire.

posted by lunafragola @ 10:39 - domenica, 04 ottobre 2009
commenti (75) in passioni, me stessa, politicamente scorretto
Di uva fragola, di vecchi ricordi e di vecche vite.............................



Mio fratello mi ha portato dell’uva fragola l’altra sera. L’ho subito lavata e poggiata in una ciotola, poi, avida come una bambina, ne ho mangiato un grappolo immediatamente. Aspiravo il suo odore così dolce e penetrante, a tratti aspro e assaporavo i suoi acini duri, piccoli e rossi con grande voluttà. L’uva sembra cosa viva tra i denti, resistente e tenace e poi, all’improvviso, morbida, sugosa e arrendevole. L’uva fragola mi è sempre piaciuta moltissimo, fin da bambina. Mi ricordo che mio nonno ce l’aveva nella pergola vicino casa. Non era una vigna vera e propria, solo qualche filare di uva rossa per il vino della famiglia e poi l’uva fragola. Nelle mie estati romagnole, che duravano da giugno a settembre inoltrato, aspettavo con impazienza che l’uva maturasse e da verde e agra diventasse dolce e zuccherosa. Quando era pronta la rubavo dal filare e la mangiavo di nascosto per non farmi scoprire, piena di una gioia incontenibile. Mi sembrava scontato, ovvio, raccogliere l’uva dalla pergola o la pesca dall’albero, gesti normali più di quarant’anni fa, in un’altra vita, nella vita – sogno che per fortuna ho vissuto. Meno scontata era la sgridata di mia nonna, che puntuale arrivava ogni volta: dovevo aspettare i grandi per queste cose!



L’uva spariva da qualche parte ed io non ho mai saputo dove, né perché. Puntuale arrivava il momento di tornare a Roma per la scuola, proprio nel periodo della trasformazione. Ma quando tornavo a Natale, la ritrovavo nella cantina disposta in bell’ordine dentro bottiglioni da due litri, magicamente tramutata in un vino rosso sangue. Mio nonno faceva anche il vino fragola. Poche bottiglie, perché era un vino che non reggeva come l’altro, delicato, facilmente deperibile. Poi gli appetiti robusti degli uomini di casa gradivano poco quel sapore così particolare, quel retrogusto di fragola che ti lasciava nel palato, una volta bevuto. Però mio nonno sapeva che a me piaceva molto, così come a mia nonna e alle zie, perciò qualche bottiglia, finchè ha potuto, nella cantina c’era sempre. Ogni anno, a Natale, mi faceva trovare un bicchierino minuscolo pieno di vino fragola ed io avevo il permesso di berlo tutto. Spesso me ne metteva qualche goccia sul pane e lo spolverava con lo zucchero, a volte riempiva il bicchiere di neve e la tingeva di rosso vino, come se fosse una granita. Per tutta la vita ho cercato il sapore di quel vino senza trovarlo più. Quando tornavo, mio padre lo cercava dai contadini della zona, ma non ne trovava quasi mai e, se ci riusciva, il suo sapore era diverso. All’inizio sembrava lo stesso ,ma il retrogusto era diverso, mi ricordava il sapore delle fave di maggio, non era la stessa cosa. Più tardi ho capito che il vino cambia da regione a regione, da terra a terra, ma allora ci rimanevo male e basta. Non l’ho più cercato né voluto assaggiare. Qualche volta ho bevuto il cosiddetto fragolino, ma era una pallida imitazione gassata dell’originale. Ora mi accontento di assaggiare l’uva fragola, quando mi capita. Allora stappo i ricordi e, prepotente, lo stesso odore, lo stesso sapore, lo stesso amore della mia infanzia si sprigiona e mi avvolge. In una fuga lontana nel tempo e nello spazio, corro verso quella gioia incontenibile, verso un’altra vita, quella vita – sogno che per fortuna ho vissuto.



posted by lunafragola @ 21:25 - sabato, 26 settembre 2009
commenti (42) in passioni, me stessa
Ciao maè!

I primi che incontro stamattina sono Zizì e l’irlandese. Zizì mi vede per primo, si illumina, mi sorride e fa per avvicinarsi:” Maè…….” Esclama, poi si ferma di botto. Un’occhiata di straforo all’Irlandese e torna indietro. Fanno la quinta, hanno dieci anni, non è più tempo di baci e coccole alle mamme, alle maestre e agli affini e collaterali. Così fa il duro e mi dice mostrandomi le ginocchia:” So’ tutto segnato, maè!” “ Mi sarei stupita del contrario Zizì” e di scatto, all’improvviso, gli scocco un bacio sulla guanciotta cicciosa e morbidella. L’irlandese sospira e si avvicina, pronto a scattare via dopo il bacio inesorabile. Lo chiamiamo così, perché ha i capelli rossi e millemila efelidi sul viso. Il mio gentiluomo, il cavaliere senza macchia e senza paura che sogna di entrare nella Roma primavera. La sua barchetta di carta l’ha colorata di giallo – rosso e l’ha chiamata Totti, ovviamente. I maschietti fanno tutti così, mi baciano di straforo mentre le bambine mi corrono incontro, più affettuose, più tenere. E’ sempre un’emozione il primo giorno di scuola, per me e per loro. Ale mi confida:” maè, non ho dormito stanotte, ero agitato. Non sapevo se era perché non volevo venì o volevo venì a scola”. La loro è una logica ferrea, non esiste il grigio, ma tutto è bianco o nero. Il dubbio li agita, non gli appartiene. C’è confusione in classe, un brusìo al quale ero disabituata, dopo due mesi di silenzio. Ma subito riprendo i ritmi consueti, le solite parole. Confortanti, caldi e comodi come un vecchio maglione di lana sformato. Il tema di quest’anno è l’acqua e la prima cosa che trovano sul banco sono delle barchette di carta. Ridono, le guardano perplessi. :” Maè, ma che ce dovemo fa’ co’ le barchette? Noi semo grandi!” “So’ brutte, maè, so’ tutte storte!” Hanno ragione, le ho fatte io ed io ho la manualità di una capra zoppa e artritica. Se le avessero fatte loro sarebbero state molto più belle, ma era un regalo. Tutte le maestre le hanno fatte trovare sui banchi, stamattina, per fargli cominciare questo viaggio sull’acqua. Mare, fiume, lago, chissà……..l’importante è viaggiare! Li osservo meglio, sono cambiati, più grandi eppure, per certi versi, sempre gli stessi, coi loro visi buffi o bellissimi, sbarazzini e allegri, qualche volta annoiati, qualche altra tristi. Non tutti sono felici e spensierati, molti hanno sulle spalle genitori separati, famiglie allargate o semplicemente inesistenti, adulti sconsiderati che li usano come merce di scambio per i loro rancori, così sono arrabbiati, confusi, aggressivi. Cerchiamo, per quanto è possibile, di fare in modo che a scuola stiano bene, che abbiano un ambiente allegro e sicuro. Un luogo dove si studia e si lavora sodo, ma c’è il tempo per l’allegria, le patatine scartocciate, la torta di compleanno e il pane con la nutella. Un posto con regole certe, comportamenti equilibrati. I bambini sono abitudinari, non amano il caos e il disordine, hanno bisogno di punti fermi, di certezze. Gli amici ce li hanno già, gli adulti devono essere delle guide, dare, come si diceva una volta, l’esempio Non voglio pensare che è l’ultimo anno che sto con loro, non voglio pensare che andranno via tra solo nove mesi. Oggi è solo il primo giorno del primo mese di scuola. C’è tutto il tempo per godere e soffrire della loro compagnia.tuata, dopo due mesi di silenzio. tro, più affettuose, più tenere. i.

posted by lunafragola @ 20:12 - martedì, 15 settembre 2009
commenti (36) in me stessa, io e loro
Chi ben comincia.........................

Ultima cena di fine estate per gli amici di sempre che sono ritornati tutti, alla spicciolata, dalle vacanze. L’amica che ci ospita è appena rientrata da Parigi. Quindici giorni per permettere ad una figlia recalcitrante di frequentare un corso intensivo di francese. La figlia non ha apprezzato, odia il francese e ama Londra ( io l’avrei spedita in miniera sei mesi, ma sono una vecchia zitella e non faccio testo) , ma la madre e la zia si, perciò gran parte della sera si passa a raccontare di Parigi e delle sue meraviglie e a snocciolare quel poco o tanto di francese che ognuno di noi ricorda. Una lingua melodiosa, il francese, che già solo a pronunciarla pare renderti più nobile e più bello. E’ per questo che, con orrore, ci ritroviamo a pensare che da domani, giorno fatidico del rientro a scuola, dovremo esercitarci a parlare in dialetto. Al posto dei raffinati suoni gallici, ora è tutto un fiorire di:” Ma li mortacci tua”, “ ‘A Giovà ,m’hai rotto er ca…………..” e compagnia cantante. Sappiamo che la priorità sarà l’esame di lingua italiana che gentili colleghi del Nord verranno a proporci. E’ notorio che noi insegnanti terroni non sappiamo nemmeno l’ABC di questa lingua e chiederemo lumi e aiuto alla Padania tutta, perché ci venga in soccorso. All’uopo, abbiamo richiesto corsi d’aggiornamento, con la presenza in sede di colleghi veneti o lombardi, piemontesi o trentini, a scelta. Vista l’esiguità dei fondi da noi in possesso, li pagheremo in natura, con porchette, pecorino romanesco e qualche bottiglia di onesto bianco dei castelli. Chiederemo ai pochissimi colleghi maschi, se vogliono, di dare anche una ripassata alle colleghe nordiche che gradiscono un eventuale trattamento di questo genere. Ovviamente, se i colleghi del nord fossero maschi, ci sacrificheremo noi, anzi, loro, le collegucce giovani e sode. Nel nostro circolo sono rarissime come gli unicorni, essendo esso formato prevalentemente da babbione, difatti volevamo aggiungere la dicitura “geriatrico” vicino a quella ufficiale. Poi, naturalmente, c’è il problema del dialetto. Chiaramente tutti noi siamo assolutamente d’accordo a parlare in vernacolo da mane a sera, ci mancherebbe, ma da noi la provenienza degli alunni è mista e qui sorgono le grane. Ad Ardea città, il dialetto è una branca dei dialetti dei Castelli Romani, per esattezza quello di Genzano; a Pian di Frasso, oltre all’”ardiese” si parla un romanesco più addolcito e un misto di veneto, trentino e romagnolo, reminiscenze dei nonni e dei bisnonni che da quelle terre emigrarono nell’Agro Pontino dopo la guerra. Quindi dovremo fare gruppi e sottogruppi delle varie etnìe per fare in modo che tutti possano parlare tranquillamente la loro lingua. Altri corsi d’aggiornamento per noi insegnanti, allora si è pensato che, per il romanesco ci vedremo tutti i dvd di Proietti, Sordi, Fabrizi e Brignano( per dare quel tocco di volgarità in più che non guasta), per l’”ardiese” di incaricare Valerio e Vetulia, nostri bidelli ardiesi DOC, che ci delizieranno le orecchie con i loro sommessi mormorii in dialetto.




 Vetulia:” ‘A VALE’ TENGHI DA NUN PASSA’ PIU’, SO’LAVATO MO’ SUR PAVIMENDO, VAFFANGULO!”




Valerio: “ E NUN ME ROMBE LI COJONI! TE SO’ DITTO CHE STO A CERCA’ ‘NA SORCA ( un topo) CHE E’ ANNATA A FENI’ ‘N BALESTRA!”




Per il veneto, il trentino e il romagnolo, cercheremo nell’osteria vicino la nostra scuola, lì ci sono molti vecchietti disponibilissimi ad insegnare, il problema sarà farli ritornare sobri per l’inizio delle lezioni! Non vedo l’ora di cominciare la scuola.

posted by lunafragola @ 16:05 - lunedì, 31 agosto 2009
commenti (97) in politicamente scorretto, tarallucci e vino, turpitudini e nefandezze
Cronache di un giorno di mezza estate

Il mercato di ferragosto è un’esperienza mistica che non mi era mai capitato di provare. Non ci sarei andata, ma un invito a pranzo della Soramarì, la mia vicina, e la necessità di portare qualcosa, mi hanno spinta ad uscire fuori dalla tana col sole a picco e il 300% di umidità nell’aria. Volevo portare un po’ di frutta, magari un cocomero, l’unica cosa fresca che mi è venuta in mente, ma ho dovuto subito desistere. Il mercato aveva vistose parti mancanti, la geografia delle bancarelle stravolta ed era formato quasi esclusivamente da bancarellari extracomunitari. Non c’era la mia fruttarola di fiducia e mi sono rassegnata a non ricevere il suo cordiale ed affettuoso saluto con il quale mi accoglie ogni sabato:” ‘A bbella, che vvoi li mortacci tua? Guarda che melanzane, manco tu’ marito ce l’ha così duro!” Invano ho cercato di spiegarle che non ho un marito né, tantomeno un uomo dalle qualità così marmoree sottomano, lei continua imperterrita a pensare che io ne sia provvista e paragona le melanzane e le zucchine che vende alla consistenza delle pudenda del cosiddetto consorte. Mancava il porchettaro che vanta una porchetta afrodisiaca, capace di far resuscitare i morti o, perlomeno, i genitali provati dei maschi del circondario.” Signò se tu’ marito te mette ‘e corna, faje magnà questa!”Mi permetto una digressione. Ho mangiato una porchetta sublime da mia sorella, a Carbognano. Il porchettaro che la vende è un omino stento e inguardabile, ma dopo averla assaggiata sei tu che ti doneresti a lui vita natural durante, per godere di quella carne cotta in modo meraviglioso fino alla fine dei tuoi giorni.


Insomma, pochissimi italiani, pochissimi banchi e caldo umido a profusione. Nemmeno il mio spacciatore di libri improbabili a 3 o 4 euro c’era! Stremata, dopo nemmeno mezz’ora, ho visto la solita bancarella dei fiori, al solito posto. Un caldo empito d’amore ha riempito il mio cuore sofferente e senza esitare ho comprato una piantina di dalie rosse, vivaci e fresche al punto giusto. All’una suonavo a casa di Soramarì e delle sue deliziose cognate, una di 83 e l’altra di 70 e passa anni. La stessa Soramarì viaggia per i 71 con gagliarda bandanza, passo svelto e lingua pronta. Certo i discorsi erano un po’ funerei per un torrido pomeriggio di mezza estate. La maggior parte delle persone di cui parlavano erano tutte morte e molte, temo, nate due secoli fa’, certo ho ascoltato di diabeti e artrite reumatoide, di infarti e ginocchio della lavandaia, ma ho mangiato delle formidabili fettuccine al ragù e un fenomenale pollo coi peperoni, piatto tipico dei romani a ferragosto. Insomma, il pranzo è stato un successo! Alla fine Soramarì, che non ha peli sulla lingua, mi fa:” A Carlè, che tte vai a riposà? Io devo annà a ddormì perché so’ proprio GRUCH” Credo che volesse dire GROGGY,  Ma non ne sono sicura. Ho salutato e ringraziato e mi sono ritirata nei miei appartamenti sazia e felice!

posted by lunafragola @ 20:03 - domenica, 16 agosto 2009
commenti (68) in ritratti, me stessa, tarallucci e vino
Il Drago di York

Mi guarda con occhi di onice, neri e brillanti, umidi e languidi, immersi nel pelo nero e biondo. La coda danza freneticamente in una sarabanda di gioia: è così che dimostra il suo amore, è così che ti accoglie ogni volta. Una leccata sulle mani, la corsa pazza sotto ai tuoi piedi, che se non stai attenta cadi e magari gli fai pure male. Non avrei mai pensato di innamorarmi così perdutamente di un fagottino di pelo e ossa di tre chili scarsi, ma è accaduto. Mi ha preso il cuore e l’anima e non li rivoglio indietro. Fa un caldo soffocante, però non rinuncio alla sensazione di calore e tenerezza che il suo corpicino sdraiato sulla mia pancia mi procura. Il leggero sbuffo di piacere mentre si butta addosso, dopo aver saltellato a più non posso per qualcosa o qualcuno che solo lui conosce. Il cane molla, il cane canguro che balza dalla finestra alla sedia, al divano fino alla terrazza., che piomba la mattina sul tuo letto e ti sveglia di soprassalto, intimando col muso e le zampe il risveglio, l’ora di alzarsi. Il verso a metà tra il tubare di una colomba e il gracidio di una rana che significa “ mi piaci, ti voglio bene”. Il ticchettio delle sue unghie sulle mattonelle, veloce, sempre, come se non avesse mai tempo da perdere. Il muso che si affaccia da sotto il tavolo a mendicare un boccone buono che porta nella cuccia per mangiarselo, poi, con calma. Gli “zompi” da un capo all’altro della stanza quando vede che lo porterai fuori, talmente ebbro di gioia che non si riesce a mettergli il guinzaglio. Poi, finalmente libero nei campi, si spara come un proiettile per prati, fossi e arbusti, abbaiando e ansimando insieme agli altri cani. Ritorna, ti annusa, si assicura che ci sei e di nuovo scappa via correndo come il vento, il piccolo Drago di York.

posted by lunafragola @ 16:40 - mercoledì, 12 agosto 2009
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Siparietto

Vado via per un po', mi faccio coccolare da mia sorella che lo fa benissimo e anche con piacere. Mi faccio annusare da Drago, che sarà un cane minuscolo, ma ha tanto amore che nemmeno il Taji Mahal. Mi faccio chiacchierate con mio cognato, che è un grande uomo e come tutti i grandi non ha bisogno di tante parole o di sgomitare per essere presente.Mi faccio illuminare dalla Tuscia, che sarà un po' fanè e stropicciata, ma ti prende il cuore e quando te ne accorgi è già troppo tardi, sei innamorata perdutamente di lei. Mi allontano da quest'estate un po' così e un po' cosà, tutta storta e accidentata. Non le fanno più quelle belle estati di una volta, dove tutto filava liscio e i pensieri si sfilacciavano pigri insieme alle piccole nuvole, dove le cicale cantavano la canzone più monotona del mondo e i grilli rispondevano allo stesso modo, però tu non ti stancavi di ascoltarli.Non le fanno pi le estati di ghiaccioli e cocomeri messi nell'acqua a rinfrescare, di sabbia e costumi che la mamma ti cambiava sotto all'asciugamano per pudore. Di castelli di sabbia sbreccati agli orli, nuovi, nuovi, ma già con l'aspetto vecchio e scuro. Di gelati sul cono, nocciola, crema, fragola e panna, che si scioglievano in bocca, sulle mani e sui vestiti, ma papà ripuliva veloce che così mamma non si accorgeva.Di ginocchia sbucciate e primi amori e il mare da soli e giochi e grida fino al tramonto.


Non le fanno più, non ne avrò più e tanto vale rassegnarsi. Non mi abituo alla follia, alla fatica di vivere,al dolore, ma ci convivo, come tutti. Vivrò una breve estate personale, nel cuore dell'estate.


E avrò la mia Curlyz e il suo sorriso.

posted by lunafragola @ 08:52 - domenica, 26 luglio 2009
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